Emozioni e comportamenti che sostengono la violenza
La violenza non ha genere e nasce da relazioni disfunzionali
La violenza non ha genere e nasce da relazioni disfunzionali
Le relazioni affettive dovrebbero essere vissute in un contesto di condivisione e rispetto, ma molto spesso l’intensità dei desideri e dei vissuti emozionali, uniti alla paura di perdere la relazione e alla fragilità dell’identità personale, portano a vivere relazioni dominate da fortissime emozioni che rimandano al “possesso” e al “controllo” dell’altro, agite indiscriminatamente per sentirsi al sicuro. Queste dinamiche relazionali appartengono indifferentemente sia agli uomini che alle donne.

Il possesso è una forma di violenza
Possedere l’altro è una fantasia dotata di grande presa emotiva, anche se possedere una persona che per definizione è “altro da me” è impossibile. Le fantasie di possesso sono sovente collegate agli stereotipi di genere, dove l’uomo viene vissuto come il “sesso forte” mentre la donna come il “sesso debole”. Ma la realtà dei fatti mostra che a volte la donna sa essere molto forte, possessiva e dominate mentre l’uomo assai debole, remissivo e sottomesso.
Si tratta quindi di modalità relazionali, non di caratteristiche legate al genere.
L’impotenza che deriva dal fallimento del desiderio possessivo porta ad una frustrazione che, a volte, trasforma la fantasia di possesso in fantasia di distruzione, cioè in un modo estremo per possedere definitivamente ciò che non si vuole perdere.
Ne deriva che il possesso è sempre impotente, disperato, distruttivo e violento, mentre l’alternativa è riconoscere l’alterità dell’altro mettendo in atto uno scambio produttivo e rispettoso.

La sofferenza è presente sia in chi agisce che in chi subisce
La persona violenta è sempre una persona sofferente, debole e frustrata, che non si sente amata secondo la propria rappresentazione idealizzata di amore. Sentendosi umiliata e minacciata, magari quando intervengono situazioni contestuali attivanti (es. ribellione di un partner, nascita dei figli, perdita del lavoro, lutti, ecc.), tenta di ristabilire un equilibrio nell’ambito delle proprie dinamiche di potere relazionale.
La sofferenza psico-emotiva è una costante sia in chi agisce violenza che in chi la subisce.
Nel tentativo, disperato, di perseguire il possesso dell’altro, emergono modalità relazionali definite “neo-emozionali”, dove le emozioni vengono agite e si trasformano in comportamenti inconsapevoli.
Ogni neo-emozione comporta una sorta di copione relazionale automatico, che può essere portato alla luce solo durante una relazione d’aiuto psicologica. Secondo gli psicologi Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia le neo-emozioni principali sono la pretesa, il controllo, la provocazione, l’obbligo, la diffidenza, la lamentazione e la preoccupazione.
Questi agiti neo-emozionali possono essere rappresentati attraverso una struttura gerarchica, che si sviluppa partendo dalla pretesa.

La gerarchia delle neo-emozioni che aprono alla violenza
Tutti questi vissuti neo-emozionali producono comportamenti disfunzionali in tutte le relazioni, dove al posto della “condivisione dei desideri” si vive il tentativo disperato del possesso dell’altro, fino a sviluppi sempre più violenti se non emerge un pensiero critico su ciò che si sta vivendo.
Solo le neo-emozioni pensate non vengono agite in modo automatico, quindi lo scopo del lavoro psicologico, sia con chi agisce che con chi subisce la violenza, è far emergere le dinamiche relazionali dominate dalle neo-emozioni (come ho agito?), poi far comprendere le motivazioni profonde che si celano dietro di esse (perché è avvenuto?), infine promuovere un pensiero alternativo (cosa avrei potrei fare diversamente?) che porta ad un nuovo comportamento.
Se hai agito, oppure se stai subendo o hai subito una forma di violenza confrontati con chi ti può aiutare!
PRETENDERE

La pretesa e alla base di tutte le altre neo-emozioni
La pretesa è fondata sull’idealizzazione del ruolo che la persona crede di dover rivestire all’interno del sistema (es. a me il lavoro e te i figli; io forte e tu debole; tu sei mia/mio). Il ruolo all’interno della relazione viene definito in base ad una simbolizzazione affettiva individuale, implicitamente condivisa dall’altro partner (collusione) fino a quando non accade qualcosa che destabilizza l’equilibrio (rottura della collusione).
Le caratteristiche che contraddistinguono il pretendere sono:
CONTROLLARE

Controllare per rinforzare la propria idea
Rappresenta il tentativo di mettere alla prova la relazione. Si rinuncia all’interesse comune per la relazione a scapito del controllo della stessa. Si attua quindi una ricerca, priva di dubbi e quindi con soluzione certa, di un nemico. Il controllare è più importante del sapere, portando ad usare, in modo tendenzioso e distorto, le informazioni ottenute. La conoscenza a cui si può arrivare non fugherà mai i dubbi, proprio come avviene nello stalking.
DIFFIDARE
Si cercano rassicurazioni dall’altro che comunque non fugano i dubbi. È la versione passiva del controllo, ma poggia sugli stessi assunti di base.
PROVOCARE
È uno sviluppo del controllo basato sulla ricerca della conferma del “migliore” all’interno della relazione; le regole del gioco vengono continuamente sovvertite al fine di stabilire chi sia il più forte.
OBBLIGARE

Nell’obbligo c’è sempre un dito puntato che dice “devi”!
L’imposizione può essere sia verso altri che verso se stessi e protegge dal chiedersi cosa si desidera realmente, quindi evita di essere autentici e di impegnarsi nel cambiamento. Attraverso l’obbligo ad altri o a se stessi:
LAMENTARSI
È una modalità che esprime diffidenza e chiama in causa una terza persona, considerata responsabile di non corrispondere alla relazione immaginata e idealizzata.
La lamentazione:
PREOCCUPARSI

La preoccupazione produce il dubbio costante che qualcosa non vada come dovrebbe andare
Consiste nello sviluppare una diffidenza in base al giudizio di un terzo esterno, ed è fondata sul dubbio e sul sospetto, vengono sollecitate risposte passive in grado di legittimare la nostra pretesa.
Il tentativo di possedere l’altro è alla base di tutte le relazioni disfunzionali, al di là del genere. Le modalità possessive vengono rese evidenti da particolari stati emotivi e comportamentali chiamati “neo-emozioni”, l’esame e il ripensamento delle quali consente di comprendere e prevenire agiti violenti, che appartengono sia al genere maschile che femminile, perché la violenza non ha genere.
L’impotenza che deriva dal fallimento della fantasia di possesso produce una fantasia di distruzione, un modo estremo per possedere definitivamente l’altro, costi quello che costi. Anche fino alla morte dell’oggetto amato, sovente unita alla propria morte che lega definitivamente alla sorte dell’altro
Quindi il possesso è sempre impotente, disperato, distruttivo e violento, mentre l’alternativa è riconoscere l’alterità dell’altro mettendo in atto uno scambio produttivo e rispettoso.

Fabrizio Penna è psicologo con una formazione specifica in “Prevenzione ed intervento psicologico sulla violenza nelle relazioni affettive”. È co-ideatore e responsabile del Progetto Adamo, coordina l’equipe psicologica, conduce i colloqui personali e i percorsi di gruppo.



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