Relazioni violente: perché alcune persone fanno del male a chi amano?
Impara perché è difficile uscire da queste dinamiche
Impara perché è difficile uscire da queste dinamiche
Quando si parla di relazioni violente, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre su una domanda: Perché una persona continua a rimanere in una relazione che la fa soffrire?
È una domanda comprensibile, ma spesso nasconde una visione semplificata di un fenomeno estremamente complesso.

La colpevolizzazione ed umiliazione della vittima fa parte della violenza emotiva
Molto più raramente ci fermiamo a riflettere su un’altra domanda, altrettanto importante: Perché una persona arriva a ferire, controllare, umiliare o spaventare qualcuno che ama?
La risposta più immediata potrebbe essere: perché è cattiva, egoista o manipolatrice.
Sebbene in alcuni casi possano essere presenti tratti di personalità particolarmente problematici, la realtà psicologica è generalmente più articolata.
Comprendere le motivazioni profonde che alimentano la violenza non significa giustificarla. Significa invece cercare di interrompere il ciclo della sofferenza attraverso una maggiore consapevolezza.

Il tuo cuore si deve incastrare nel mio come dico io…
Nella pratica clinica emerge spesso un dato sorprendente: molte relazioni violente non nascono dall’assenza di amore, ma da modalità distorte e disfunzionali di cercare sicurezza, vicinanza, riconoscimento e protezione.
Naturalmente questo non rende accettabili i comportamenti abusanti. Tuttavia aiuta a comprendere come persone apparentemente normali possano trasformarsi in partner controllanti, aggressivi o manipolatori.
Per capire meglio queste dinamiche è utile allargare lo sguardo e integrare alcune prospettive particolarmente efficaci, come la teoria dell’attaccamento; la teoria polivagale e il modello Internal Family Systems (IFS).
Questi approcci permettono di osservare la violenza non soltanto come un problema comportamentale, ma come il risultato dell’incontro tra ferite relazionali, stati neurofisiologici di sopravvivenza e parti interiori che cercano disperatamente di evitare il dolore.
Le relazioni sane sono caratterizzate dalla possibilità di essere se stessi senza paura. Possiamo esprimere bisogni, desideri, emozioni e fragilità sapendo che l’altro non utilizzerà queste informazioni contro di noi.

Quando nella relazione subentra la paura occorre agire immediatamente
Nelle relazioni violente accade l’opposto. Gradualmente la relazione smette di essere un luogo di sicurezza e diventa un territorio imprevedibile.
Le persone iniziano a misurare le parole. Controllano continuamente l’umore del partner. Modificano i propri comportamenti per evitare conflitti. Rinunciano progressivamente a parti di sé.
Molte vittime raccontano di essersi accorte solo dopo anni di quanto fossero cambiate. Una delle caratteristiche più insidiose delle relazioni violente è infatti la gradualità.
Raramente tutto inizia con un’aggressione. Molto più spesso il processo è lento e quasi invisibile.
All’inizio possono esserci attenzioni percepite come romantiche.
Solo successivamente emergono controllo, svalutazione, accuse e aggressività. Quando la violenza diventa evidente, il legame emotivo è spesso già molto forte.
Ed è proprio questo che rende così difficile interrompere la relazione.

La rabbia è un’emozione di superficie che nasconde la paura.
Uno degli errori più frequenti consiste nel ridurre chi agisce violenza esclusivamente ai suoi comportamenti aggressivi.
Certamente quei comportamenti devono essere riconosciuti, nominati e fermati. Ma se vogliamo comprendere il fenomeno, dobbiamo guardare oltre. Dietro molte manifestazioni di violenza troviamo infatti una combinazione di emozioni che la persona non riesce a riconoscere né a gestire.
Queste emozioni possono essere talmente dolorose da risultare intollerabili. La rabbia diventa una sorta di anestetico emotivo.
Quando una persona si sente ferita, esclusa o rifiutata può reagire con tristezza e vulnerabilità. Oppure può reagire con aggressività.
Molti autori di violenza hanno imparato molto presto che mostrare fragilità è pericoloso. Che piangere significa essere deboli. Che chiedere aiuto è umiliante. Che dipendere dagli altri espone al rischio di essere feriti.
In questo modo la rabbia diventa l’unica emozione consentita.
Tutte le altre vengono nascoste dietro una corazza apparentemente forte ma in realtà estremamente fragile.

La paura dell’abbandono alimenta spesso comportamenti aggressivi
Tra le emozioni più frequentemente presenti negli autori di violenza troviamo la paura dell’abbandono. Può sembrare paradossale.
Chi controlla il telefono del partner, limita le sue amicizie o pretende continue rassicurazioni appare spesso dominante. Eppure, osservando più da vicino, emerge spesso una persona terrorizzata dall’idea di essere lasciata.
Il controllo rappresenta un tentativo disperato di evitare una perdita percepita come devastante. Il problema è che il controllo non genera sicurezza. Genera distanza.
Più una persona cerca di trattenere il partner, più rischia di soffocare la relazione.
Si crea così un circolo vizioso:
La paura alimenta il controllo.
–> Il controllo alimenta il conflitto.
–> Il conflitto aumenta la paura.
–> La paura intensifica ulteriormente il controllo.
Molti partner violenti non si rendono conto di essere intrappolati in questo meccanismo.
Sono convinti che il problema sia il comportamento dell’altro. In realtà stanno combattendo una battaglia molto più antica che ha origine dentro di loro.
Se hai agito, oppure se stai subendo o hai subito una forma di violenza confrontati con chi ti può aiutare!

L’attaccamento infantile più o meno sicuro condiziona lo stile relazionale adulto
Per comprendere queste dinamiche è utile guardare alle prime relazioni della vita. Ogni bambino sviluppa una sorta di mappa interiore dell’amore. Questa mappa nasce dalle esperienze vissute con i genitori o con le figure che si prendono cura di lui.
Quando il bambino riceve protezione, conforto e disponibilità emotiva, tende a sviluppare una fiducia di base nelle relazioni.
Non tutti, però, hanno avuto questa esperienza.
Queste esperienze non determinano inevitabilmente il futuro, tuttavia influenzano profondamente il modo in cui le persone percepiscono se stesse e gli altri.
Quando l’attaccamento è stato segnato dalla paura, il partner può inconsapevolmente diventare una figura da cui dipende la propria stabilità emotiva.
A quel punto la relazione non è più soltanto una scelta affettiva. Diventa una questione di sopravvivenza psicologica.
E quando qualcosa minaccia quel legame, il sistema nervoso reagisce come se fosse in gioco la vita stessa.
Arrivati a questo punto, emerge con maggiore chiarezza un aspetto fondamentale: la violenza nelle relazioni non nasce improvvisamente nel momento dell’aggressione, ma affonda spesso le proprie radici in esperienze relazionali molto più antiche.
Le ferite dell’attaccamento possono trasformare il bisogno di vicinanza in paura dell’abbandono, il desiderio di amore in bisogno di controllo, la vulnerabilità in rabbia. Quando queste dinamiche rimangono inconsapevoli, il rischio è che vengano agite all’interno delle relazioni più significative, proprio quelle da cui ci si aspetta protezione e sicurezza.
Comprendere questi meccanismi non significa minimizzare la gravità della violenza né ridurre la responsabilità di chi la esercita. Al contrario, significa riconoscere che dietro molti comportamenti abusanti esistono processi psicologici complessi che devono essere affrontati per poter essere realmente modificati.
Allo stesso tempo, questa prospettiva aiuta a comprendere perché sia così difficile per molte vittime allontanarsi da una relazione dannosa. Quando il legame affettivo si intreccia con bisogni profondi di sicurezza, appartenenza e riconoscimento, interrompere la relazione può essere vissuto come una perdita dolorosa e spaventosa, anche quando la sofferenza è evidente.
Per questo motivo, affrontare la violenza relazionale richiede uno sguardo che tenga insieme responsabilità, consapevolezza e comprensione. Solo riconoscendo le radici profonde di queste dinamiche diventa possibile interrompere i modelli che le alimentano e costruire relazioni fondate non sulla paura, sul controllo o sulla dipendenza, ma sul rispetto reciproco, sulla libertà e sulla sicurezza emotiva.
Per questo è utile anche approfondire il ruolo del sistema nervoso, delle emozioni e delle parti interiori nel mantenimento di queste dinamiche, esplorando come sia possibile promuovere percorsi di cambiamento e guarigione sia per chi subisce violenza sia per chi la agisce.

Fabrizio Penna è psicologo con una formazione specifica in “Prevenzione ed intervento psicologico sulla violenza nelle relazioni affettive”. È co-ideatore e responsabile del Progetto Adamo, coordina l’equipe psicologica, conduce i colloqui personali e i percorsi di gruppo.



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